Il Santuario di Mater Domini a San Nicola da Crissa

 




Una leggenda tramandata oralmente si perde nella notte dei tempi.
Racconta che un comandante francese fosse in fin di vita durante una battaglia combattuta sul pianoro che oggi ospita il Santuario di Mater Domini. Ad un tratto si ritrovò davanti una bellissima ragazza. Si trattava di un’apparizione Mariana. Il comandante promise alla ragazza che, se lo avesse salvato, in quel luogo avrebbe eretto una chiesa in suo onore. Secondo la stessa leggenda questa Chiesa doveva essere rivolta verso la sella tra cui si intravedeva il Mar Tirreno.

 Secondo un’altra leggenda, un monaco basiliano, attorno al VII° secolo, si fermò nei pressi del bosco Fellà in una radura, dove costruì una cappella e collocò l’effigie della Vergine. Da qui l’origine della grande devozione delle popolazioni dei paesi di Filogaso, Capistrano e Sant’Onofrio alla Madonna sotto il titolo di “Mater Domini”. L’immagine della Madonna con la mano tesa ad indicare il Bambino che tiene in grembo, e che i greci chiamavano “Odeghitria”, cioè “Colei che indica la via”, fu dal popolo chiamata “Santa Maria d’Itria”. 

Nota dell’Autore: L’effigie odierna, con la mano, sinistra, in realtà non indica Gesù Bambino ma mostra le tre dita della Trinità come segno di Benedizione ¹. Ma anche se avesse il significato di indicazione, Gesù nello stesso istante indica il Cielo. La Stella Polare che, sempre dalla notte dei tempi, indica la via a tutti i viaggiatori.

  
Nel IX° secolo, con la riorganizzazione ad opera dei bizantini, la Vergine posta tra “la montagna e la marina”, ebbe un periodo di grande venerazione da parte di viandanti e commercianti che percorrevano la “via istmica”, poi “via Regia”. Tuttavia nel X° secolo la furia musulmana devastò Rocca Angitola e con essa i “18 casali” (fra cui San Nicola) e la chiesetta di Santa Maria.

La rinascita sociale e religiosa avviata dai Normanni portò vita in tutta la Calabria. A loro sono dovute le edificazioni, per mano di Roberto di Grandmesnil, abate e architetto Normanno, delle Diocesi calabresi e della Stessa Certosa di Serra San Bruno. Bruno da Colonia fu voluto in quei luoghi proprio dai Normanni e da Papa Urbano II, che era stato deposto, rifugiatosi nei territori in mano ai Normanni. 

La tradizione orale sannicolese tramanda che, un giorno, il Gran Conte Ruggiero d’Altavilla, percorrendo la strada che dalla piana di Sant’Eufemia per le Serre, l’odierna “Via Regia” da stato il collegamento tra Tirreno e Jonio, giunto ai margini del Fellà, fu costretto a fermarsi poiché il suo cavallo, arrestatosi repentinamente, si era inginocchiato sulle zampe anteriori in direzione di un fitto intrico di pruni. Stupito per l’accaduto, Ruggiero smontò dall’animale e si diede ad aprire un varco tra i rovi a colpi di spada, davanti ai suoi occhi apparve una bella icona della Vergine, così ordinò che in quel luogo sorgesse una chiesa a Lei dedicata. 

In un antico canto vi è una strofa che dice: “Gioivano li nostri cori. Venìanu li romani, li lodi pè cantare a Santa Maria”. 

Secondo un’altra tradizione San Bruno, durante uno dei suoi spostamenti, riposò sotto i secolari ulivi che ombreggiano l’ingresso del tempio. Fin da quei tempi esso era custodito dagli eremiti che conservavano il culto e assistevano i viandanti e i pellegrini, che fino ai nostri giorni affluiscono numerosi dai paesi vicini. La chiesetta di Mater Domini venne gravemente lesionata dal terremoto del 1783 e riedificata dopo molti anni da, un artigiano del luogo a proprie spese, Nicola Mazzè. A metà del XX° secolo fu demolita e ricostruito l’attuale luogo sacro, più grande e più funzionale rispetto alla chiesetta precedente. 

Tra i pellegrini assidui della Chiesetta vi era la famiglia D’Aloe di Sant’Onofrio che ci si recava la sera del quattordici di Agosto e ci rimaneva fino alla Santa Messa del giorno successivo a ricevere la Santa Eucarestia. Si racconta che la stessa famiglia, ogni anno, portasse il suo obolo più quello di molti loro concittadini. Di questa famiglia faceva parte Stanislao che fu uno storico, archeologo e critico d’arte. Sembra che Stanislao d’Aloe frequentando Bologna abbia ivi acquistato una possibile copia, anonima, del celebre quadro di Guido Reni: “Madonna col Bambino e i Santi protettori di Bologna”. Una tela a cui fece aggiungere il proprio ritratto con le mani congiunte in preghiera e donato, intorno al 1850, al Santuario di Mater Domini. Il quadro, prima dell’arrivo dell'odierna Statua di scuola serrese, veniva portato in festa per le strade del paese e quelle nei pressi del Santuario che dista due chilometri dal centro abitato.